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Cosa frena lo sviluppo dell’economia digitale in Italia

Cosa frena lo sviluppo dell’economia digitale in Italia

Entro il 2016, scrive il Boston Consulting Group, la Internet Economy avrà prodotto 4,2 trilioni di dollari nelle economie del G20. Fosse uno stato, sarebbe il quinto al mondo, dopo Stati Uniti, Cina, Giappone e India. Ma pur contribuendo già oggi per il 5-9% del Pil nei paesi industrializzati, e per il 15-25 in quelli in via di sviluppo, il maturare dell’economia digitale ha portato con sé nuove e vecchie fonti di “attrito”; resistenze allo sviluppo che il BCG chiama «e-friction» nel suo nuovo rapporto commissionato dall’ICANN e intitolato “Greasing the Wheels of the Internet Economy“. Ossia, “Fattori che possono impedire a consumatori, aziende e altri di prendere parte a pieno titolo nella Internet Economy nazionale e internazionale”.

Il gruppo di lavoro composto da Paul Zwillenberger, Dominic Field e David Dean li ha elencati in 55 indicatori raggruppati in quattro macroaree: informazione, individui, infrastrutture e industria. Se si tratta di “oliare le ruote”, tuttavia, l’Italia ha ancora molta strada da fare, a partire proprio dal lato delle aziende. Secondo i dati visti in anteprima da Wired.it e specifici per il nostro Paese, fare impresa digitale è sostanzialmente impossibile: se a livello aggregato siamo solamente 36esimi su 65 paesi studiati, siamo addirittura penultimi per facilità di accesso al capitale (prestiti), terzultimi per disponibilità di capitale di rischio per nuove avventure imprenditoriali (venture capital) e 61esimi nel rapporto tra investimenti stranieri e Pil.

Ma a mancare, tanto a livello del singolo utente quanto del lavoratore, sono le competenze informatiche, che ci vedono al 55esimo posto su 65. Insomma, ancora nel 2014 l’alfabetizzazione digitale è tutta da fare o quasi, tra le mura di casa come in azienda. Se si aggiungono le posizioni tutt’altro che lusinghiere per la capacità di affrontare le sfide portate alla cybersecurity (50esimi) e nella fiducia di una corretta tutela dei propri dati personali (42/65) – fattori che il Datagate al momento può solo aggravare – si conferma per l’ennesima volta che il potenziale di sviluppo inespresso dal nostro Paese è ancora enorme. Gli unici risultati che lasciano soddisfatti sono il 13esimo posto nella classifica della libertà di Internet (ma quella della stampa in genere ci vede 30esimi), il 20esimo per la diffusione di Internet in mobilità e il 24esimo per l’open data.

I competitor diretti, tuttavia, giocano in un’altra lega. Se i Paesi scandinavi, tutti nei primi posti, sono irraggiungibili (in una scala in cui 0 è la perfezione e 100 il disastro, la Svezia è prima con un punteggio di 14, contro il 49 dell’Italia e l’82 dell’ultima classificata, la Nigeria), anche Germania (undicesima), Gran Bretagna (dodicesima) e Francia (19esima) sono lontanissime. L’Italia si assesta appena prima di Bulgaria, Grecia e Ucraina e subito dopo Spagna, Panama e Ungheria.

Eppure, argomenta il BCG, “l’economia digitale è responsabile di una quota più ampia dell’economia complessiva nei paesi con poco attrito (‘low e-friction’) rispetto a quelli ad alto attrito”. E quella differenza è misurabile in 2,5 punti di Pil. Non solo: i Paesi dove quegli ostacoli non vengono superati rischiano di non poter usufruire del “forte impatto” della Internet Economy in termini di crescita e posti di lavoro che il gruppo di consulenti sostiene si accompagni (pur in misura diversa a seconda del contesto) a una maggiore diffusione delle infrastrutture di rete e della cultura digitale – nonostante il tema, specie riguardo all’occupazione, sia molto controverso.

Quanto agli effetti sulle piccole e medie imprese, osservati in 11 diversi Paesi, quelle che facciano un “pesante” ricorso al web hanno il 50% di probabilità in più di vendere i propri prodotti e servizi al di fuori della propria regione di appartenenza.

Già nell’edizione 2012, il BCG ricordava che l’Italia era un Paese «ritardatario», in cui nel 2016 il digitale avrà un peso del 3,5% sul Pil a fronte del 5,5% dei Paesi sviluppati. Due anni – e infiniti annunci – dopo, le prospettive non sembrano più rosee. La soluzione, non particolarmente originale, fornita nel rapporto è adottare politiche «smart» e «adattive», cioè in sostanza per prova ed errori e cercando disperatamente di non farsi superare dalla velocità del progresso tecnologico, che per quanto stia – dicono i critici – rallentando è comunque maggiore di quella della politica.

Nei fatti, significa formazione di una forza lavoro sempre più specializzata, investimenti di medio-lungo termine in infrastrutture per la connettività (in particolare per il mobile in forte crescita), e governi che regolano un ecosistema globale senza tuttavia sottrarre lo scettro ai privati che vogliono fare impresa. Previsioni la cui vaghezza diventa evidente quando si consideri, come sottolineato nello stesso rapporto, la questione – attualissima – di come ristabilire la fiducia dei consumatori in chi ne detiene e tratta i dati personali. Senza contare che l’idea stessa di “policymaking a velocità Internet” è pericoloso: non sempre, è evidente, decisioni politiche prese più rapidamente sono migliori.

 

di Fabio Chiusi per Wired.it

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