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La sfida dell’Europa

La sfida dell’Europa

“Uniti nella diversità” è il motto dell’Unione europea, che a oggi conta 28 Stati membri e oltre 500 milioni di cittadini. L’Ue è soprattutto la maggiore potenza economica del pianeta, con i suoi 13mila miliardi di euro di Pil complessivo.

È anche l’area che detiene, prima fra tutte, il 30% della ricchezza netta totale. Nella primavera 2014 si terranno le elezioni (sarà l’ottava volta, la prima fu nel 1979): 388 milioni di cittadini sono chiamati alle urne. È l’evento elettorale più imponente, secondo solo alle consultazioni indiane. Non va sottovalutato, anche perché saranno le prime elezioni dopo l’entrata in vigore – era il primo dicembre di 4 anni fa – del Trattato di Lisbona, la (sofferta) Costituzione dell’Unione, che ha rivisto significativamente i poteri affidati alle varie istituzioni comunitarie.

Dalla nascita dell’Unione con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht (e sono passati giusto 20 anni) gli Stati membri hanno “delegato” all’Ue parte della loro sovranità. Su alcuni ambiti addirittura la competenza è “esclusiva” (come in tema di concorrenza e politica monetaria -limitatamente ai 17 membri che hanno adottato l’euro-), su altri “concorrente” (agricoltura, reti transeuropee, ambiente, energia, per citarne alcuni).

Stiamo parlando di un’istituzione che ha un bilancio di oltre 142 miliardi di euro. Quello per il 2014 è stato approvato il 20 novembre 2013 (prevede il 6% in meno di spesa rispetto al 2013) dal Parlamento europeo, quello stesso Parlamento che sarà rinnovato dalle elezioni del 2014. La complessa macchina burocratica europea è percepita per lo più con ostilità (forse anche solo perché il 6% del suo bilancio annuale finisce in costi per il personale -7.652 persone-, l’amministrazione e la manutenzione dei suoi edifici -nelle 3 sedi di Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo-) e il Parlamento è sempre stato considerato poco influente, e infatti è divenuto anche il “parcheggio” per politici di varia statura. Oggi la maggioranza è del gruppo “popolare” con 265 seggi, contro i 184 del blocco “socialista” (su un totale di 736). Per ora le “larghe intese” -fenomeno che ormai riguarda oltre una dozzina di Stati dell’Unione- qui non ci sono ancora.

Tuttavia già il fatto che l’approvazione del bilancio dipenda dal Parlamento -che l’ha votato con 494 voti a favore e 158 contrari- dovrebbe invece farci prestare più attenzione, anche perché è l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini e può proporre modifiche nei capitoli di spesa ed emendamenti. Ma di fatti ce ne solo altri. Ad esempio spetta al Parlamento accettare nuovi Stati (in lista d’attesa ce ne sono 5). Come si sa, poi, al Parlamento attiene, insieme al Consiglio dei ministri europei, il potere legislativo, che è di iniziativa della Commissione europea, il vero organo “esecutivo” dell’Unione. La Commissione (che si forma dopo le elezioni e rimane in carica 5 anni, come il Parlamento) è formata da un delegato per ciascuno Stato (per l’Italia oggi Antonio Tajani), ma di fatto è determinata dal Parlamento, perché con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il Presidente della Commissione (che ha il compito di formarla) deve essere indicato dal Consiglio europeo, tenendo conto dei risultati elettorali. E il Parlamento può censurare sia la scelta del Presidente, sia quella dei membri della Commissione da questo nominati.

La composizione del prossimo Parlamento (e quindi della prossima Commissione) è un argomento che deve essere all’ordine del giorno. L’Europa si trova di fronte a dati preoccupanti: disoccupazione al 12% (ma con punte del 27%, in Spagna e Grecia), che sale al 23,3% tra i giovani (15-24 anni; in Italia oltre il 40%), 124 milioni di persone a rischio povertà o esclusione sociale, ricchezza in calo ovunque, almeno 8 Paesi membri in cui è squilibrato il rapporto tra debito pubblico e Pil, malcontento generalizzato e fallimentari politiche di austerità. Parlamento e Commissione avranno anche il compito di portarci al 2020, anno per il quale erano stati stabiliti degli obiettivi precisi: occupazione al 75% (oggi siamo al 68%), riduzione del 20% dei gas serra (siamo al 16%), crescita delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico (siamo lontani dal 20%), istruzione di ordine superiore al 40% (siamo al 35%).

fonte altreconomia.it
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