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Lo stato siamo noi?

Lo stato siamo noi?

Ospitiamo con piacere un intervento sul rapporto tra Stato e Cittadini di Luca Ostellino, pubblicato sul sito di uno degli aderenti a Save the Choice: Società Libera

Per comprendere la situazione in cui si trova il paese occorre sgombrare il campo da favole e ipocrisie. In particolare, riguardo al rapporto tra Stato e cittadini, è ora di smentire il mantra menzognero secondo il quale lo Stato saremmo tutti noi.
Tra il primo, formato da parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, di enti statali e parastatali, magistrati, organi istituzionali, burocrazie militari e civili, società partecipate, (si parla di circa 500mila persone) e i cittadini contribuenti, i lavoratori autonomi e i dipendenti non pubblici, che non possono contare su posto e reddito garantiti, esiste più di un semplice scollamento. Si tratta infatti di due realtà distinte e contrapposte. Ad alimentare questo distacco ha contribuito l’esasperato aumento della pressione fiscale, già tra le più alte al mondo, con cui si è affrontata la crisi, evitando accuratamente tagli alla spesa pubblica.
Per agevolare il reperimento delle risorse per via fiscale, “re Giovanni” aumentò il potere estorsivo degli organi del Fisco (lo sceriffo di Nottingham), utilizzando con disinvoltura strumenti presuntivi-indiziari da vero e proprio Stato di polizia. Per di più oggi si dà vita a campagne mediatiche di assoluto cattivo gusto, che riportano alla mente, anche dal punto di vista iconografico, operazioni analoghe di triste memoria.
Nella nostra situazione acquista ancora maggior valore il principio fondamentale no taxation without representation. I parlamentari curano infatti i propri interessi e quelli della classe privilegiata e parassitaria statale di cui fanno parte e solo formalmente quelli dei cittadini contribuenti.
Di fronte alla crisi e alla sempre più forte contrapposizione tra Stato, composto da tax consumer, e cittadini tax payer, il dibattito politico non sembra offrire risposte. Non ci sono proposte o visioni. Anche di federalismo non si parla più. Eppure, proprio l’attuazione di un federalismo fiscale realmente competitivo potrebbe essere la vera soluzione di sistema. L’articolo 119 della Costituzione prevede il principio della territorialità delle imposte, che devono rimanere nel luogo di produzione. Il 116 consente l’attribuzione di numerose competenze in capo alle regioni. Basta attuarli.
Un vero federalismo porterebbe a una competizione tra le regioni per rendere più appealing il proprio territorio, riducendo le imposte per attirare investimenti, aziende e iniziative imprenditoriali. Obbligherebbe le regioni con minore capacità fiscale a darsi da fare per reperire risorse, magari combattendo seriamente la criminalità organizzata e l’economia sommersa. Potrebbe riavvicinare i cittadini alle istituzioni, rendendo più facile individuare le responsabilità di chi li governa, e aumentando la trasparenza (magari, come accade in alcuni paesi, fornendo ai contribuenti i dati su come viene impiegato anche l’ultimo centesimo che pagano di tasse).

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