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L’Italia dei divieti ridicoli

L’Italia dei divieti ridicoli

Mattia Feltri per “La Stampa”

A Cerro al Volturno, provincia di Isernia, è fatto divieto ai cani di abbaiare dalle 13 alle 16 e dalle 21 alle 8.30 affinché non sia disturbato il riposo dei loro sedicenti migliori amici: gli uomini. I quadrupedi inosservanti pagheranno (tramite padrone, si presume) una multa compresa fra i 25 e i 500 euro. A Trento è proibito suonare in strada oltre le 22 (santa decisione), ma comunque è proibito suonare in strada a qualsiasi ora con orchestrine esorbitanti i quattro elementi.

Se si è in cinque si resta a casa. A Venezia non è tollerato il jazz sperimentale, come per esempio il free jazz, mentre sono ben accetti il reggae e il dub, purché entro i confini di Campo San Luca e, fuori Campo San Luca, anche l’acid jazz.

A Ferrara non è ammesso il lancio di palle di neve né l’afflosciarsi del viandante che, colto da stanchezza o dolce pigrizia, si sdrai su un prato nei confini urbani. A Campobello di Licata (Agrigento) l’attività ricreativa del calciobalilla o del flipper va assolutamente sospesa entro le 21. A Saluggia (Vercelli) al termine dei matrimoni è interdetto il lancio di chicchi di riso, per rispetto del sacro raccolto: si consiglia di sostituirli con petali del medesimo cereale oppure, meglio ancora, con petali di rosa.

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, con la sua ordinanza anti-gelato – che ci sarà dettagliata meglio nella giornata di oggi, poiché ieri pare sia circolata inesatta causa fraintendimento – ha quantomeno ottenuto il risultato di ricordarci che la stagione d’oro degli editti comunali non si è ancora conclusa.

Ebbe la sua alba pochi anni fa quando il celebre «pacchetto Maroni», dal nome del governatore lombardo allora ministro dell’Interno, attribuì ai capi di giunta la facoltà di legiferare sui temi dell’ordine pubblico. Nel giro di pochi giorni divenne il festival estroso che consigliò all’Indipendent di scrivere: «Quando una cosa è divertente, l’Italia ha una legge che la vieta».

Vietato a Castellammare di Stabia indossare abiti succinti quali «minigonne, maglie o camicie scollate». Vietato a Roma sedersi sulla scalinata di piazza di Spagna, ma tanto ci si siedono tutti lo stesso. Vietate a Trieste le esibizioni di artisti di strada non muniti di patentino. Vietato a Martinsicuro (Teramo) accompagnare gli atti sessuali con urletti gioiosi che non siamo più che contenuti. Vietata a Novara la diffusione dell’ambrosia, intesa come pianta dall’alta produzione di pollini.

Si potrebbe andare avanti per ore. Non c’è ramo dell’attività umana che negli ultimi cinque anni non sia stato limitato, regolamentato, disciplinato dai signori con fascia tricolore, e non è importante che alcune di queste ordinanze non siano più in vigore: comunque sono il parto di menti ammirevoli e sono tutte, o quasi, raccolte nello spettacolare sito ordinanzapazza.

La questione non è solamente umoristica, come è evidente, ma sociologica e giurisprudenziale. «Il Mulino», infatti, ci ha dedicato un saggio di oltre quattrocento pagine dal titolo vago («Le Regioni») ma contenente una splendida antologia di provvedimenti da cui alcuni studiosi di diritto, coordinati da Domenico Falcon, traevano la convinzione del disastro totale: «Talvolta si rende vietato ciò che è dichiarato dalla legge come lecito, oppure si rende obbligatorio o si incentiva ciò che allo stato dell’arte, a ben vedere, non si potrebbe fare».

In questo giochino finivano con il rimanere «estromessi dall’esercizio delle proprie competenze da un lato gli stessi consigli dei Comuni interessati, che vedono le ordinanze statal-sindacali largamente sovrapporsi alla materia dei regolamenti di polizia urbana, dall’altro le Regioni, astrattamente competenti a legiferare in larga parte delle materie di cui le ordinanze si occupano».

Per esempio, a Pisa si cercò di contrastare la vendita di merce contraffatta impedendo a chiunque di circolare con dei borsoni, poiché di quelli si servono i venditori ambulanti per trasportare la roba falsa che smerciano. Un po’ cervellotico. Tutto così, per provare a eliminare o contenere la prostituzione, l’accattonaggio, il consumo di alcol, gli schiamazzi notturni.

E così, nella lotta al vizio, si sono inseriti sindaci (quello di Ossi, Sassari) decisi a rendere illecita la raccolta di lumache a scopo alimentare, o zelanti primi cittadini leghisti impegnati a proibire l’uso del velo (pare fosse terrorizzante per i bambini) o il proliferare di spacci di kebab.

E per fortuna abbiamo visto amministratori esercitare l’uso dell’ordinanza satirica: il primo premio va al sindaco del paese di Acquapendente (Viterbo) che protestò contro i tagli della sanità stabiliti in Regione ingiungendo ai concittadini «di evitare di contrarre qualsiasi malattia e patologia che necessiti un intervento ospedaliero soprattutto d’urgenza».

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