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L’inutile crociata degli euro-proibizionisti

L’inutile crociata degli euro-proibizionisti
di Annalisa Chirico

Annalisa ChiricoAd ingaggiare la crociata ideologica antifumo è l’euroburocrazia, che in nome di un tentacolare salutismo di Stato vorrebbe estirpare il vizio del fumo alla radice. Eppure l’esperienza dimostra che le uniche campagne in grado di incidere sulle abitudini dei fumatori sono quelle incentrate su informazione e sensibilizzazione. A beneficiare del “nuovo corso” europeo sarà la criminalità organizzata, quel mercato illegale del tabacco che grazie al contrabbando e alla contraffazione nel primo trimestre del 2013 ha raggiunto una quota di mercato di oltre il 9%.

Vi ricordate le prime minigonne negli anni Sessanta? Una rivoluzione dei costumi e della moda, dettata da quel capo di abbigliamento sopra il ginocchio, sensuale e innocente a un tempo. Dalla prima vendita nella boutique londinese della stilista Mary Quant nel lontano 1963 sono passati cinquant’anni. Un tempo la minigonna destava afrodisiaco scandalo, oggi passa per lo più inosservata. Chi ci fa più caso? Ci siamo abituati, è semplice.

C’è da scommettere che allo stesso modo i fumatori si abitueranno assai presto ai nuovi pacchetti illusoriamente “dissuasivi” che la burocrazia europea vorrebbe imporre. Mi riferisco alla direttiva sui prodotti del tabacco in discussione presso l’Unione europea. Definirla “proibizionista” non è esaustivo. Con un occhio all’Australia, mamma Europa mira ad educare i suoi screanzati figlioli, così impudenti da pretendere di poter scegliere da soli che cosa consumare. Incredibile. Per farli rigare dritto è bene impugnare la salvifica bacchetta che estirpa il vizio alla radice. Ecco allora il progetto di direttiva, che, allo stato attuale, mette al bando alcune categorie, come le sigarette slim e al mentolo, ed elimina i pacchetti da dieci (non chiedete il perché). Impone il plain packaging, ovvero confezioni sostanzialmente indifferenziate, in cui immagini di morte, sotto la molle etichetta di “avvertenze sanitarie”, ricoprono il 75% del fronte retro e il 50% della parte laterale del pacchetto (qui il perché è chiaro: paura). Introduce forti restrizioni anche per le sigarette elettroniche, prive di tabacco e spesso un valido strumento per ridurre o smettere di fumare.

Non è la prima volta che lo Stato-balia ci prova. I sudditi vanno educati, se lasciati a se stessi non sanno comportarsi, e rischiano persino di farsi un po’ male per darsi un po’ di piacere. Il vizio è reato, il vizio va estirpato. Vadano pure al macero le centenarie dissertazioni sulla separazione tra diritto e morale, sulla libertà dei moderni contrapposta a quella degli antichi. Vadano al macero le cosiddette “conquiste” delle società libere, per dirla con Hayek, o popperianamente “aperte”. Sono tutte bazzecole, quisquilie per fini accademici.

Non serve invece ricorrere al paradigma di Locke per fissare un ragionamento di una solare linearità: gli uomini non sono bestie, non si fanno ammaestrare. Gli esempi sono innumerevoli: forse il bando totale verso le droghe ha ridotto o contrastato l’accesso ad esse? No. Forse negli Stati Uniti dei ruggenti anni Venti il veto draconiano sulle bevande alcoliche ne impedì lo smercio clandestino? No. Oggi a Bruxelles ambiscono a replicare fallimenti certi. Il nuovo piano di ingegneria sociale mira alla palingenesi dell’homo novus liberato dal fumo. La missione purificatrice, questa volta, impone l’abolizione di un vizio, le cui radici affondano nelle tradizioni dei nativi indiani, dei quali il vescovo domenicano Bartolomé de Las Casas dava notizia intorno alla metà del Sedicesimo secolo: “Gli indiani mischiano il fiato con il fumo di un’erba chiamata petum e soffiano come dannati”. Il petum era il tabacco, che veniva annusato, masticato o fumato in pipe di pietra rossastra. A distanza di cinque secoli, sono cambiati gli strumenti, ma la ricerca del piacere tabagista, il gusto della combustione ed inalazione fumosa sono rimasti immutati. C’è qualcosa di ancestrale in talune abitudini umane.

crociata-piccolaTornando ai giorni nostri, ad ingaggiare la crociata ideologica antifumo è l’euroburocrazia, che in nome di un tentacolare salutismo di Stato vorrebbe estirpare il vizio del fumo alla radice. Eppure l’esperienza dimostra che le uniche campagne in grado di incidere sulle abitudini dei fumatori sono quelle incentrate su informazione e sensibilizzazione. Proprio lo scorso novembre il New York Times sottolineava come il declino più marcato del numero dei fumatori negli Stati Uniti si sia registrato nei decenni prima del 1990, a seguito di campagne informative, mentre negli ultimi due decenni, contrassegnati da tasse, divieti e restrizioni sulla pubblicità, “la flessione è stata più lenta”. Di nuovo: se ci siamo abituati alle cosce scoperte, ci abitueremo anche alle immagini grondanti sangue sui pacchetti. Ben presto le vedremo senza guardarle, oppure opteremo per degli eleganti portasigarette. Il divieto conferirà un tocco di trasgressione ad un comportamento che di per sé non apparirebbe al senso comune né trasgressivo né criminoso. A beneficiare del “nuovo corso” europeo, c’è da giurarci, sarà la criminalità organizzata, quel mercato illegale del tabacco che grazie al contrabbando e alla contraffazione nel primo trimestre del 2013 ha raggiunto una quota di mercato di oltre il 9 per cento. Con il plain packaging sarà ancora più facile smerciare pacchetti contraffatti. E tale strabiliante “risultato” non aiuterà certo a difendere la salute dei fumatori né limiterà l’accesso dei minori al fumo.

Intanto c’è ancora chi si crogiola nella pia illusione di poter imporre per decreto lo stile di vita “corretto”, moralmente irreprensibile e socialmente esemplare. Bandendo, sempre per decreto, gli stili di vita altri, sinonimo di corruttela morale e di deprecabilità sociale. Costoro si illudono. Non sono bastate le gogne ottomane, i nasi e le orecchie mozzate dinanzi alla folla iraniana, le scudisciate russe e le condanne a morte per i fumatori “recidivi”. Non poté nulla neppure la scomunica di Papa Urbano viii nel 1642. Nel Settecento vide invece la luce l’Ordine della Tabacchiera, le cui aderenti, tutte donne, si sposavano simbolicamente con la sigaretta: “Il tempo ci fa trovare dei difetti nei nostri amanti, dell’ingratitudine nelle nostre amiche, del ridicolo in una moda che cambiamo quattro volte l’anno. Solo il tabacco noi troviamo degno di essere amato”. Un giuramento d’amore eterno quello che le cavalieresse dell’Ordine scolpirono nel loro statuto. Chissà che penserebbero oggigiorno delle prodigiose menti che dalle parti di rue Wiertz vorrebbero, per statuto, abolire il fumo. Diavolerie d’altri tempi. Di tempi futuri.

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