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Le tasse col rossetto

Le tasse col rossetto

Di Alessandro De Nicola, da L’Espresso

“Puoi mettere il rossetto al maiale, ma rimane pur sempre un maiale”. Lipstick on a pig è una classica espressione americana che serve a ricordare che in alcuni casi, per quanto tu possa imbellettare certe persone o cose, la loro sostanza sgradevole non cambia.

Ecco, leggendo della grandiosa idea del presidente francese Hollande di istituire una tassa sugli smartphone e i tablet per finanziare la cultura, l’immagine che mi è venuta in mente è proprio quella del rossetto su Gimmy, Timmy e Tommy. Per la verità, già il titolo del rapporto commissionato dal presidente per decidere il da farsi era irritante :”L’acte II de l’exception culturelle francaise”. Che i cugini transalpini siano convinti di una loro qualche superiorità intellettuale non è una novità, ma che per mantenerla tale sia necessario ricorrere al fisco è una baggianata.

Questo tipo di imposte vengono comunemente chiamate tasse di scopo ed assumono varie forme. Ad esempio, quella sui televisori è destinata in Italia a pagare il servizio pubblico RAI. La nostra imposta di soggiorno,poi, è destinata a finanziare interventi in materia di turismo, con piena e assoluta discrezionalità della burocrazia che ne amministrerà i proventi.

Ancor più eclatante è il balletto delle accise sulla benzina, servite a finanziare la guerra di Abissinia del 1935, la crisi di Suez del 1956, le missioni militari in Libano e Bosnia e molto altro fino al Fondo Unico dello Spettacolo nel 2011, la guerra di Libia e le ricostruzioni post-terremoto in Emilia. Il bello è che, realizzatosi lo “scopo” per il quale viene istituita l’accisa, quest’ultima non se ne è mai andata.

La neonata del gruppo è l’Iresa, che Lazio e Lombardia vogliono imporre ai vettori aerei a causa dell’inquinamento acustico che essi provocano, destinando il ricavato a non ben specificate misure di prevenzione del rumore. Peccato che la nuova Iresa approvata dalla giunta Zingaretti preveda un introito per la Regione di 92 milioni di euro in due anni, ma il bilancio regionale prescrive che solo il 10 per cento di questi soldi sarà impiegato per lenire gli effetti ambientali.

Insomma, le tasse di scopo sono un proditorio inganno: in primis perché spesso si fa finta che vengano destinate ad un obiettivo e poi vengono dirottate altrove o, esaurita la loro ragion d’essere, rimangono lì. In secondo luogo perché esse sono solo un trucco propagandistico per aumentare il carico fiscale, cercando di renderlo più digeribile grazie a nobili motivi, stati di emergenza o catastrofi. In realtà un governo responsabile dovrebbe reperire all’interno del bilancio dello Stato i fondi per una missione di pace all’estero, decurtando qualche altro capitolo di spesa. Vista la cronica incapacità della classe politica di tagliare alcunché, si preferisce imporre una gabella mirata ad un fine, meglio se anche punitivo di qualcosa (il baccano degli aerei).

In questa logica si inseriscono le imposte sul vizio, tipo quella sull’obesità. La differenza che non si capisce tra sigarette e cibo é che mentre le prime fanno male comunque, per cioccolata, vino e Coca-Cola la quantità conta. Una lattina o un bicchiere di rosso non creano problemi. La Fat-tax non diminuirà comunque gli obesi (in Danimarca non è accaduto e l’hanno ritirata), é un tributo regressivo, pagato in egual misura dal povero e dal ricco, e alla fine alimenterà il grasso superfluo più pericoloso, quello dello Stato. Meno male che l’improvvido tentativo del ministro Balduzzi di introdurla é stato ritirato, ma le cattive idee in materia fiscale, si sa, hanno una capacità di resistenza encomiabile. Magari vengono messe da parte per un periodo, poi, armati di rossetto, le si ripresenta alla prima occasione utile.”

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