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La trasparenza ci salverà (ma bisogna fare sul serio)

La trasparenza ci salverà (ma bisogna fare sul serio)

La mancanza di trasparenza che viviamo in Italia è la premessa fondamentale sulla quale si sviluppa la corruzione, che viene calcolata in oltre 60 miliardi di euro l’anno di spese aggiuntive per i cittadini italiani.
Non potendo avere accesso ai documenti (e vedendo di fatto impedito un controllo sulle spese), i cittadini, i giornalisti, l’opinione pubblica oggi non possono sapere dove finiscono i soldi. Impossibile quindi far chiedere conto ai politici per le scelte fatte.

Lo ha denunciato con forza recentemente l’Associazione Diritto di Sapere che, con la Ong Access-Info Europe hanno presentato al Festival del Giornalismo di Perugia lo studio “The Silent State”, che ha analizzato le risposte relative a 300 richieste inviate a varie istituzioni pubbliche di tutta Italia. Il 65% delle volte la risposta non è arrivata, e solo il 13% delle risposte ricevute viene ritenuto soddisfacente.

Un tentativo di riforma, enfatizzato dal Governo, è arrivato con il “Decreto Trasparenza”, all’indomani delle elezioni e in vigore dal 20 aprile 2013.
Il testo istituisce infatti un “Responsabile della trasparenza” in ogni amministrazione, che dovrà dedicare una sezione del proprio sito internet all’“Amministrazione trasparente” contenente informazioni riutilizzabili nel formato open data. In caso contrario c’è il rischio di specifiche sanzioni.

Ma soldi per l’implementazione di queste nuove previsioni non ce ne sono e secondo Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di diritto amministrativo, la riforma “appare ancora figlia di una logica burocratica in cui si pubblicano documenti, replicando proprio il modello degli Albi pretori e affollando i siti web degli Enti di decine di sotto-sezioni”.

Tutti insomma sono concordi nel ritenere che non si sia ancora arrivato ad un “Freedom of information Act” italiano, come inizialmente presentato dal Ministero. Servirebbe piuttosto modificare la legge sull’accesso agli atti per avvicinarci davvero al nord Europa e portare anche in Italia le premesse legali per una rivoluzione culturale. Ma per farlo serve la mobilitazione e l’apporto di tutti.

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