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La sconfitta del divieto, il primato dell’informazione

La sconfitta del divieto, il primato dell’informazione

Un bel bicchiere di vino, un buon caffè. Sono simboli del gusto e del benessere italiano nel mondo. Nessuno si sognerebbe di contrastarne la circolazione con tassazioni vessatorie o divieti. Eppure sono entrambe sostanze soggette a rischi legati all’abuso e sicuramente una corretta informazione sarebbe utile per comprimere i danni sulla salute legati ad una assunzione smodata.

Chi invece non ha mai perso un’occasione per cercare di imporre certe preferenze ai cittadini, con la scusa di fare il loro bene, è il sindaco di New York Michael Bloomberg, impegnato ancora pochi mesi fa nella crociata per vietare la vendita di bibite zuccherate in bicchieri troppo grandi.
Il suo divieto è stato fermato dalla Corte Suprema americana che l’ha ritenuto estremamente arbitrario.

Giusto mettere in guardia dai rischi, ma vietare è invasivo e assurdo. Decisivo è stato il sostegno di associazioni e varie organizzazioni, ma soprattutto la mobilitazione dei cittadini, attraverso la campagna New Yorkers for Beverage Choices. Nel giro di poco tempo sono stati oltre mezzo milione gli aderenti: coinvolti i gestori di baracchini, chioschi e night shop e naturalmente i loro clienti. Il sindaco americano non è nuovo a queste iniziative: dopo aver proposto di vietare l’esposizione di sigarette nelle tabaccherie, recentemente si è appellato ai più giovani dicendo loro di lasciare perdere gli studi e di andare a fare gli idraulici.

La tentazione di regolare ogni cosa con ordinanze, tasse e divieti è cosa comune anche da noi.
Nulla da dire se si tratta di finanziare campagne di corretta informazione e di sensibilizzazione, o di pagare il costo sociale, e spesso non calcolato, del proprio comportamento. Ma le politiche proibizioniste non hanno mai funzionato, regalando solo alla criminalità occasione di guadagno e facendo esplodere il problema della contraffazione. Tutto a scapito, e non a vantaggio, della salute dei consumatori.

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