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La rivoluzione che ci vorrebbe.

La rivoluzione che ci vorrebbe.

Al comune di Firenze è in via di realizzazione il primo ufficio di nuova concezione: basta scrivanie e postazioni fisse, tutto diventa open space e iper connettivo. Tutti i documenti e le applicazioni si sposteranno sul cloud, si potrà lavorare dal proprio tablet o pc portatile, in un ambiente iper tecnologico. Chat e chiamate online sostituiranno il telefono fisso.

La trasformazione sarà graduale, eppure, quello che per il momento è solo un progetto in via di realizzazione, è già così lontano dalla realtà della gran parte dell’Italia.

Si tratta del divario digitale. Quel misto di incompetenza tecnologica, mancanza di infrastrutture, sopravvivenza di regole inadeguate, che bloccano l’implementazione di nuovi servizi e il lancio di  iniziative imprenditoriali basate proprio sulle opportunità dell’online.

Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo economico un italiano su 5 non dispone nemmeno di una connessione veloce:  Dal Piemonte alla Val D’Aosta, fino alla Calabria la situazione non varia sensibilmente.

Servono gli investimenti, e l’Unione europea se ne sta occupando con una proposta di regolamentazione specifica che sbloccherà i lavori per le infrastrutture, con un intervento diviso in 4 piani.

L’utilizzo massiccio della rete potrebbe consentire risparmi tra i 40 e i 60 miliardi di euro all’anno al nostro sistema.

Ma prima ancora dei finanziamenti, sempre zoppicanti, servirebbe un altro fattore che finora è stato più enunciato che praticato: la volontà politica. Questa sarebbe la vera rivoluzione.

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