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Il business del contrabbando di sigarette è Made in China

Il business del contrabbando di sigarette è Made in China

Sull’ultimo numero di Limes, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, un’accurata analisi – a firma di Giorgio Cuscito – dell’intramontabile fenomeno del commercio illegale di “bionde”. Che spesso e volentieri fanno più male di quelle “ufficiali”, perché il loro tabacco è un’arma davvero letale.

1. IL TRAFFICO ILLECITO DI PRODOTTI A BASE di tabacco è un fenomeno globale. Secondo Euromonitor International, costituisce «il più grande commercio illegale di un prodotto legale in termini di valore, secondo solo alle droghe in termini di introiti generati dai trafficanti» [1]. Nel 2012 il consumo di sigarette illecite nell’Unione Europea ha raggiunto un totale di circa 65,5 miliardi di unità, pari all’11,1% del consumo totale. Si stima che per questo motivo gli Stati membri abbiano perso cumulativamente la cifra record di 12,5 miliardi di euro in tasse non pagate [2]. Il rapporto afferma che i paesi europei in cui l’incremento del consumo di sigarette illegali è stato più evidente sono Regno Unito, Svezia, Grecia, Italia ed Estonia (carta 1). Il traffico internazionale di prodotti a base di tabacco è controllato da organizzazioni criminali e terroristiche. Sfruttando le vulnerabilità geopolitiche, economiche, legislative e sociali degli Stati, queste tracciano diverse rotte intercontinentali. I proventi sono utilizzati per finanziare altre attività, come il traffico di droga, di armi e di esseri umani. Secondo il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives, tra il 1999 e il 2004 l’Irish Republican Army (Ira) ha guadagnato circa 100 milioni di dollari contrabbandando sigarette nell’Irlanda del Nord. Il noto terrorista islamico Muoetår Bilmuoetår, «Mister Marlboro», ha finanziato le proprie operazioni facendo lo stesso nell’Africa settentrionale (un traffico del valore totale di circa un miliardo di dollari) [3].

Il contrabbando ha serie conseguenze anche sul piano sanitario: ostacola le politiche adottate dagli Stati per scoraggiare il consumo del tabacco e favorisce la diffusione di prodotti contraffatti, spesso contenenti sostanze nocive [4]. Malgrado la multidimensionalità degli effetti, i fattori economici che determinano il contrabbando sono piuttosto elementari. Il primo è il prezzo. I prodotti illeciti costano meno di quelli legalmente in commercio. Pertanto attirano i consumatori con un reddito basso e non disposti a rinunciare al fumo. Il secondo è il rapporto costi/benefici per chi gestisce i traffici. Per le organizzazioni criminali, infatti, si tratta di un’attività estremamente redditizia, con scarsi costi operativi. Allo stesso tempo, le sanzioni previste per il traffico di sigarette sono meno onerose di quelle vigenti per il traffico di droga o di esseri umani. Il commercio illecito include il contrabbando e la produzione nazionale non autorizzata. Il primo consiste nello spostamento di prodotti da un paese a un altro senza il pagamento delle imposte e violando le disposizioni che ne proibiscono l’import-export. Il secondo consiste nel fabbricare prodotti da vendere nella medesima giurisdizione senza dichiararli alle autorità fiscali. Oggetto del contrabbando sono le sigarette originali, quelle contraffatte e le illicit white. Mentre le seconde sono prodotte e commerciate illegalmente, le ultime sono fabbricate legalmente in un certo mercato e poi smerciate in un altro dove la loro vendita non è autorizzata – di solito perché non sono conformi agli standard qualitativi e logicistici. Anche se spesso le confezioni sono molto simili a quelle dei marchi più noti, il loro commercio non viola la proprietà intellettuale altrui. Pertanto, chi le contrabbanda ha un reato in meno di cui preoccuparsi. Non a caso oggi le illicit white rappresentano il 24,3% delle sigarette illegali fumate in Europa, contro il 2,4% del 2006 [5]. A tali prodotti si aggiunge il tabacco da fumo privo di marchio, venduto sfuso, o sotto forma di foglie di tabacco sminuzzate, e privo di qualsiasi tipo di etichettatura o avvertenza. Si possono contrabbandare i prodotti in due maniere: evitando i controlli da parte delle autorità (contrabbando extra-ispettivo) o falsificando i documenti d’identificazione (contrabbando intra-ispettivo).

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2. Analizziamo ora le rotte verso l’Unione Europea. Il primo paese di provenienza delle sigarette di contrabbando è la Cina, seguita da Emirati Arabi Uniti (Eau), Vietnam, Malaysia, Federazione Russa, Singapore, Bielorussia e Ucraina [6]. Con più di 300 milioni di fumatori e con un consumo pari a 2 trilioni di sigarette (circa un terzo del consumo mondiale), la Repubblica Popolare Cinese è il paese con più consumatori di «bionde» al mondo. Inoltre, è l’epicentro mondiale della produzione di sigarette contraffatte (400 miliardi secondo l’International Consortium of Investigative Journalist). L’80% proviene dalle province del Guangdong e del Fujian. La città di Yuanxiao è il centro di produzione più importante del paese. Qui vale il motto cinese che recita «le montagne sono alte e l’imperatore è molto lontano». Le fabbriche, infatti, sono disseminate nelle campagne intorno all’agglomerato urbano, nascoste in grotte o in strutture sotterranee. La loro efficienza è favorita dalla corruzione dei funzionari locali, disposti a chiudere un occhio in cambio di un lauto compenso. Del resto, sulla contraffazione delle sigarette si basa gran parte dell’economia locale. Il tabacco utilizzato nella lavorazione proviene principalmente dalla provincia dello Yunnan, nel Sud-Ovest del paese. A questo si aggiungono spesso segatura, trucioli di legno e foglie di ortaggi marci. Frequentemente i materiali per fabbricare la carta e il filtro sono raccolti nelle discariche. Inoltre, i livelli di nicotina e monossido di carbonio delle sigarette contraffatte superano spesso quelli consentiti. I prodotti finiti sono trasportati nei porti di Shanghai, Hong Kong, Guangzhou e Xiamen (carta 2). Stivata sulle navi cargo, la merce fa rotta verso l’Europa. Prima di raggiungere la meta finale, le sigarette fanno scalo in destinazioni intermedie. Dove spesso sono caricate su mezzi di trasporto diversi per proseguire il viaggio. I contrabbandieri sperano così di non rendere tracciabili i carichi: la chiave è ridurre al minimo i controlli doganali. Per questo motivo il commercio illecito dei prodotti a base di tabacco passa frequentemente per le free trade zones. Le zone di libero scambio, create dai governi per facilitare il commercio e attrarre investimenti in un dato paese, prevedono infatti numerose agevolazioni economiche e requisiti burocratici minimi. Lasciata la Cina, Singapore e Malaysia sono tra le destinazioni intermedie preferite. Da qui la merce viaggia verso ovest, facendo tappa nei porti di Ãabal Alø e di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Di recente questo paese si è affermato anche come centro di produzione di illicit white. Lasciati gli Emirati, Egitto e Turchia sono tra gli ultimi scali prima di entrare nell’Ue, solitamente passando per la Grecia. Anche Russia, Ucraina e Bielorussia si stanno affermando come grandi produttori di illicit white. I loro punti di immissione sono nell’Europa dell’Est.

3. L’Italia – il secondo importatore di sigarette al mondo dopo il Giappone nel 2012 [7] – costituisce un importante snodo del traffico illecito europeo. Secondo il centro di ricerca Transcrime, solo il 30-35% dei tabacchi sequestrati sul suolo italiano è destinato alla Penisola. La parte restante è diretta in Regno Unito, Germania, Spagna, Grecia, Montenegro e Belgio. Le cause sono tre: la posizione geografica, le importanti infrastrutture portuali e la forte presenza della criminalità organizzata. I sequestri eseguiti dalla Guardia di finanza sono utili per capire la quantità e l’origine dei prodotti illeciti che approdano in Italia. La maggior parte delle confische è eseguita in prossimità dei porti. Il Mare Adriatico è il punto di accesso principale. I prodotti provenienti dalla Grecia approdano ad Ancona (44% del totale sequestrato nel 2012), Bari, Brindisi, Trieste e Venezia. Invece, le partite sequestrate presso i porti di Napoli e Gioia Tauro, sul Mar Tirreno, provengono dagli Emirati Arabi Uniti o dalla Cina. Sul suolo italiano il traffico di sigarette è gestito in larga parte da gruppi criminali cinesi, russi, slavi e – recentemente – romeni. Le mafie italiane hanno un ruolo fondamentale per il contrabbando sul territorio. La camorra – storicamente impegnata nel traffico di sigarette – e la Sacra corona unita sono maggiormente coinvolte rispetto a ’ndrangheta e Cosa Nostra. La penetrazione del traffico illecito nel paese è cresciuta del 5,30% nel 2011 e dell’8,5% nel 2012 [8]. Una delle cause di tale incremento è certamente la crisi economica. Lo scorso anno il 72% delle sigarette sequestrate erano illicit white. Le più popolari in Italia sono le Jin Ling che, a dispetto del nome, sono di produzione russa. Nel 2012 le più confiscate sono state le Gold Mount, fabbricate negli Emirati Arabi Uniti.

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4. L’articolato circuito che unisce Asia ed Europa mette in risalto l’efficienza delle organizzazioni criminali che lo gestiscono. La loro attività è evidentemente facilitata dall’ancora scarsa collaborazione tra Stati nel creare un quadro normativo vincolante e uniforme. Basti pensare al problema delle sanzioni. I membri dell’Unione Europea, per esempio, non adottano un sistema unico per valutare il reato e determinare la pena. Pertanto le organizzazioni criminali scelgono di trasportare i prodotti illegali nei paesi in cui le sanzioni sono meno gravi. A ciò si aggiunge l’eccessiva superficialità dei controlli nelle zone di libero scambio dislocate nel mondo. Un così ramificato traffico può essere contrastato solo attraverso un’efficace collaborazione interstatale e una maggiore responsabilizzazione degli operatori del mercato del tabacco. Per questo motivo, lo European Anti-Fraud Office (Olaf) dell’Ue ha firmato un accordo di cooperazione con i quattro più grandi produttori di sigarette al mondo: Philip Morris International, Japan Tobacco International, British American Tobacco e Imperial Tobacco Limited. Il documento obbliga le aziende a pagare annualmente un totale di 2,15 miliardi di euro all’Ue e ai paesi che partecipano all’accordo. Per evitare eccedenze contrabbandabili, esse devono produrre una quantità di sigarette non superiore alla domanda. Inoltre, devono adottare standard comuni per il tracking e per il tracing. Il primo consiste nel monitoraggio dei prodotti finiti attraverso la catena di distribuzione; il secondo nel ricostruire il percorso delle sigarette per determinare l’eventuale momento d’immissione nel mercato illegale. I provvedimenti presi dalle quattro aziende hanno prodotto considerevoli risultati. Sul piano internazionale l’iniziativa più importante è la Framework Convention on Tobacco Control (Fctc) della World Health Organization (Who), entrata in vigore nel 2005. L’Fctc è uno dei trattati ratificati più velocemente nella storia delle Nazioni Unite. Nel 2012 è stato poi adottato il Protocol to Eliminate Illicit Trade in Tobacco Products (Itp). L’Itp è il primo accordo internazionale a occuparsi contemporaneamente di contrabbando, contraffazione ed evasione fiscale. Il documento obbliga le parti a definire degli standard comuni di tracking and tracing per tutti i prodotti a base di tabacco fabbricati o importati negli Stati membri. Il protocollo include anche la condivisione globale delle informazioni tra le autorità statali e una maggiore cooperazione tra autorità giudiziarie, per rendere le sanzioni più uniformi possibili. Inoltre, l’Itp include norme dettagliate per attuare controlli più severi in merito a licenze, equipaggiamenti manifatturieri, affidabilità degli operatori e così via. L’Itp è aperto alla firma dal 10 gennaio 2013 e al momento è stato sottoscritto da 35 paesi [9]. Tuttavia, perché entri in vigore, è necessaria la ratifica di almeno 40 membri. L’obiettivo, quindi, è ancora lontano. L’intensa collaborazione transnazionale tra organizzazioni criminali non ha ancora incontrato un’adeguata risposta da parte degli Stati. Del resto in passato molti paesi hanno sottovalutato il contrabbando di sigarette, considerandolo un problema di seconda categoria. Oggi le attività delle singole autorità nazionali risultano spesso efficaci, ma una simile minaccia può essere contrastata significativamente solo nell’ambito di una cornice di diritto internazionale uniforme e vincolante, che contrasti l’offerta e al contempo scoraggi la domanda. È la logica del commercio. Finché qualcuno sarà disposto ad acquistare sigarette di contrabbando, ci sarà sempre qualcun altro che le venderà.

1. «The Illicit Trade in Tobacco Products and how to Tackle It», International Tax and Investment
Center (Itic), 2013.
2. «Project Star Results 2012», Kpmg, 16/4/2013.
3. J. DOWARD, «How Cigarette Smuggling Fuels Africa’s Islamist Violence», The Guardian, 27/1/2013.
4. «Stepping up the Fight against Cigarette Smuggling and Other Forms of Illicit Trade in Tobacco
Products: A Comprehensive Eu Strategy», Communication from the Commission to the Council and
the European Parliament, 6/6/2013.
5. «Philip Morris International: New Study Finds EU Black Market for Cigarettes Reaches Record High;
Member States Tax Loss an Estimated € 12.5 billion», Philip Morris International, 17/4/2013.
6. «Stepping up the Fight against Cigarette Smuggling and Other Forms 168 of Illicit…», cit.
7. «The Factbook on the Illicit Trade in Tobacco Products 2», Transcrime, Joint Research Center on Transnational Crime, 2013. Transcrime è il Centro di ricerca interuniversitario sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell’Università degli Studi di Trento.
8. Ibidem.
9. Dato tratto dal database dei trattati delle Nazioni Unite aggiornato 172 al 16/10/2013.
fonte: blogo
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