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Cina e Europa, la differenza corre sul web

Cina e Europa, la differenza corre sul web

Nel dicembre 2012 persino un colosso come Google ha dovuto adeguarsi al ricatto del governo cinese che ha fatto sparire dal motore di ricerca l’avviso dell’esistenza del filtro censorio su tutti i siti che contenevano parole come Tibet, democrazia o diritti umani.

In Cina ci sono due milioni di zelanti funzionari impegnati a censurare qualsiasi cosa, dalla cronaca ai vietatissimi filmati pornografici.

In meno di due ore qualsiasi contenuto non gradito viene rimosso e bastano 20 minuti per sommergere le critiche al regime eventualmente sfuggite con interventi manipolati, attacchi e finzioni costruite ad arte.
Internet è il nemico numero uno del regime, eppure ha concesso al Governo l’incredibile opportunità di poter sorvegliare ogni cosa centralmente e con micidiale efficienza.

Sta lì la vera misura della qualità delle nostre libertà, la differenza tra la potenza cinese e le nostre democrazie.
Ma la tentazione di imporre un controllo sulla libertà di comunicazione è giustificato anche nel nostro Paese con l’esigenza di contrastare i crimini più odiosi. Dai reati contro i minori alle violazioni del diritto d’autore, l’occasione di istituire un meccanismo censorio ha preso piede e si è consolidata. Nuovi regolamenti cosiddetti anti-pirateria sono costantemente annunciati da cariche istituzionali. La cautela e l’allarme che questi provvedimenti suscitano negli italiani deriva però dalla consapevolezza della deriva che può originare dalle deroghe allo stato di diritto per creare istituzioni “speciali” per il controllo di internet.
La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”, recita l’articolo 15 della Costituzione repubblicana.

La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge. Ed è proprio qui il punto.

I provvedimenti restrittivi imposti sono sempre giustificati con l’esigenza di intervenire contro dei gravi rischi, esattamente come la Cina si giustifica con la repressione del terrorismo e della sovversione dello Stato.

In Italia, già dal 2007 con il decreto Gentiloni si istituiva e finanziava un ente dedicato alla censura dei siti visibili dall’Italia (il CNCP): anche da noi esistono elenchi di siti vietati e di indirizzi da oscurare, aggiornati per obbligo di legge ogni due ore da tutti i provider italiani.
Con che limiti, senza passare, come prevede la Costituzione, dall’intervento di un’autorità giudiziaria di garanzia? È ipotizzabile arrivare fino al controllo e alla sanzione dei singoli utenti? Basta la violazione del diritto di autore per derogare, senza modificarli, dai nostri princìpi fondamentali?

Certo la giustizia dovrebbe essere più efficiente e rapida, come ci impongono le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma il rispetto delle libertà individuali e digitali, e il nostro stato di diritto, sono la vera misura della differenza che corre tra noi europei e la Cina

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